Lintera famiglia accompagnava nonna Assunta. Nessuno ormai cercava di nascondere quanto la infastidisse la sua presenza. Parlavano apertamente, senza nemmeno unombra di vergogna. Gioivano, addirittura, che finalmente era arrivata la primavera presto sarebbe partita per il paese e non sarebbe tornata per un bel pezzo.
I nipoti la guardavano senza interesse, la nuora, Bianca, mostrava apertamente la sua antipatia. Il figlio, Marco, quasi sempre era in trasferta; e quando tornava a casa, il suo comportamento era freddo come tutti gli altri. Per loro, la nonna era solo un peso di troppo. Lei lo sentiva, profondamente. E taceva, con la pazienza di chi conta i giorni fino alla primavera lunica speranza, la unica piccola gioia che le restava.
Quellanno, il calore arrivò presto. Nonna Assunta spesso si sedeva vicino al portone del palazzo, scaldava le mani al sole e fissava quel cielo azzurro e pulito, così tipico delle campagne toscane. Era magra, avvolta in un cappotto consunto e gli stivali ormai logori sembrava un passerotto bagnato dalla pioggia.
I familiari non le offrivano calore, ma i vicini erano gentili. Le rivolgevano sempre un saluto, si informavano sulla sua salute, e le davano una mano a fare le scale fino al quinto piano. I ragazzini del cortile, ogni tanto, le portavano perfino le borse della spesa quando la incontravano sulla via del mercato.
Nonostante letà, nonna Assunta non restava mai con le mani in mano. Cucina, lavava, puliva si occupava della casa. Ma la nuora, ogni giorno tornando dal lavoro, le lanciava sempre la stessa frecciata:
Se sei a casa tutto il giorno, fa tutto tu, allora.
I nipoti, di rado le rivolgevano la parola. E quando portavano gli amici, lei rimaneva chiusa nella sua stanza, in silenzio. Una sera aveva sentito parole che feriscono come coltelli:
Nonna, ci fai vergognare.
Non reagiva, non si lamentava ad alta voce. Semplicemente taceva. Poi, la notte, quando la casa era immersa nel silenzio, piangeva piano per la solitudine, per il dolore nel cuore.
Il giorno della partenza arrivò. Laccompagnarono alla stazione in taxi. Aveva poche cose con sé una vecchia borsa e un fagotto di vestiti. Si muoveva lentamente sul marciapiede, appoggiata al bastone. Si sedette su una panchina, riposando le gambe stanche, finché il treno non arrivò. Allora si alzò piano ed entrò nello scompartimento.
Si sedette accanto al finestrino, guardando avanti con occhi buoni e sereni. Quando il treno partì, tirò fuori dalla borsa una fotografia stropicciata: suo figlio, la nuora, i nipoti. Tutti sorridenti. Quegli ultimi tempi, i loro sorrisi li vedeva solo lì. Assunta accarezzò la foto, la baciò piano e la rimise via.
Alla sua stazione scese e si incamminò, lentamente, verso il paese. Qualcuno la caricò in macchina e la portò quasi davanti al cancello della sua vecchia casa. Il vecchio portone cigolò mentre lo apriva; posò il piede sul sentiero familiare che conduceva alla casa. Lì tutto era casa, tutto era passato. Lì si sentiva necessaria se non alle persone, almeno a quei muri, al vecchio recinto, al portico storto.
Quel paese era la sua vita. Era lì che era nata, lì erano cresciuti i suoi figli, lì aveva seppellito suo marito. Quasi tutta la sua storia era rimasta in quel luogo, tra gioie e dolori.
Dentro la casa, la nonna aprì le imposte e accese il camino. Si sedette sulla panca accanto alla finestra e si perse nei ricordi. Una volta, su quella panca, sedevano i suoi bambini. Attorno a quel tavolo mangiavano insieme. Su quel pavimento correvano scalzi. Nella mente rivivevano le loro voci cristalline. Allora era la mamma la più indispensabile, la più amata.
Il sole, come allora, entrava a illuminare la stanza. La primavera era calda, vicina al cuore. E la nonna sorrise appena, sottovoce.
La mattina dopo, non si svegliò più. Era rimasta lì dove aveva sempre desiderato essere nella sua casa, sulla sua terra.
Sul tavolo le vecchie fotografie. In cima, una nuova, un po stropicciata quella in cui sorridevano le persone più care.
Finché siamo in vita, abbiamo tempo. Per dire grazie. Per chiedere scusa. Per confessare ai nostri cari che li amiamo.
Perché quando una persona se ne va non torna più. E in petto rimane un dolore che è difficile portare.
Vivete con fede. Siate sinceri. Fate del bene a cuore aperto. Amate e apprezzate chi vi sta vicino.
E non rimandate le parole calde a domani perché domani potrebbe non arrivare.






