Vincitrice senza amore

Vincitrice senza amore

Ecco, Sergio, è finita, disse Nina Palmieri posando la tazzina nel piattino, sentendo quel piccolo tintinnio come un gesto solenne. Si può andare avanti.

Mamma, ne parli come se avessi vinto un torneo di scacchi.

E non lo è forse?

Il figlio guardava fuori dalla finestra. Fuori marzo era bagnato e grigio come uno strofinaccio vecchio. Nina seguì lo sguardo, ma non trovò nulla di interessante.

Sergio, ti chiedo: non è forse così?

Mamma, è solo andata via. Con una valigia. Cosa cè da festeggiare?

Cè da festeggiare proprio questo: se nè andata. Con una valigia. È arrivata a mani vuote, se ne va a mani vuote. È giusto così.

Si voltò finalmente. Nina Palmieri si aspettava di leggere nei suoi occhi qualsiasi cosa: risentimento, rabbia, almeno stanchezza. Ma cera qualcosa di indecifrabile. Qualcosa che preferì non osservare troppo da vicino.

Caterina aveva messo i suoi soldi in questo appartamento, disse lui piano. Soldi suoi.

Lappartamento è a nome mio. Lho regalato a te. Non a lei.

So come è intestato.

Allora di che parliamo?

Si alzò, prese la giacca dallattaccapanni. Nina notò che non aveva finito la crostata che lei aveva preparato quel mattino, apposta per loccasione. Mezza restava intatta sul tavolo.

Io vado, disse.

Dove?

Da qualche parte.

La porta si chiuse senza sbattere. Silenziosa, precisa. Come se in tutta la vita avesse sempre evitato di fare rumore. Nina guardò la crostata, poi prese la forchetta e finì il pezzo al posto del figlio. Le mele erano leggermente aspre, ma era lacidità giusta. Quella di casa.

Sedette nella cucina di quellappartamento dove abitava da trentasette anni e pensò che adesso sarebbe andato tutto bene.

Nina Palmieri aveva sessantadue anni. Donna minuta, ordinata, capelli grigi legati sempre in uno chignon sulla nuca. Aveva una pensione discreta, per gli standard di Piacenza, e da quarantanni lavorava come contabile. I soldi sapeva contarli bene. Così, quando cinque anni prima il figlio le portò a casa Caterina, capì allistante che la nuora aveva fatto i suoi calcoli.

Caterina veniva da una piccola cittadina a tre ore di treno. Era giunta per studiare, poi aveva trovato lavoro e preso una stanza in un residence per giovani architetti. Semplice, riservata, con la treccia fino alle scapole e labitudine di guardare un po di lato quando parlava. Nina sapeva leggere le persone. Dopo la prima cena capì che la ragazza tendeva a pensare allappartamento.

Il figlio diceva altro. Diceva che la amava. E comunque parlava poco e, quando lo faceva, Nina filtrava ogni parola e otteneva sempre una risposta che coincideva con quello che pensava lei.

Per tre anni avevano vissuto nella casa che Nina aveva intestato a Sergio quando aveva compiuto ventotto anni. Un vecchio amico notaio le aveva consigliato: in caso di divorzio, la proprietà non si divide se non è stata acquistata dal coniuge. Nina non pensava al divorzio, ma alla prudenza. Sempre stata prudente, lei.

Caterina cambiò le tende. Nina lo prese per sgarbo. Cambiò anche il servizio di piatti. Nina pensava che il vecchio fosse meglio. Caterina preparava due volte a settimana delle cene e invitava Nina, che mangiava, ringraziava composta e se ne andava sentendosi però fuori posto, senza capire bene il perché.

Poi Caterina fece sistemare la cucina. Con i soldi suoi, come specificato nei discorsi col marito, ma mai con lei. Nina lo seppe quando ormai tutto era fatto. Guardò la carta da parati a righe sottili, i mobiletti bianchi, e serrò le labbra.

Signora Nina, non le piace? domandò Caterina senza giri di parole. Era sincera, Caterina. Cosa che Nina non apprezzava.

Ma va, cara, rispose Nina. Molto grazioso.

Grazioso. Lo disse con un tono che trasformava la parola in brutto, e tutte e due lo capirono. Ma Caterina non replicò. Lei sapeva stare zitta nei momenti in cui Nina si aspettava uno scontro da cui trarre giustizia.

La separazione avvenne al quarto anno. Le cause furono molte e nessuna veramente decisiva. Sergio divenne distante. Caterina chiedeva, spiegava, pregava. Lui ascoltava in silenzio, poi si rifugiava davanti alla tv. Nina, che parlava con lui al telefono ogni due giorni, capì: era ora. Glielo disse. Anche lei, certe volte, sapeva essere diretta.

Sergio, non si può andare avanti così. Per te, per lei.

Magari passa.

No, peggiora soltanto.

Seguì lavvocato, i documenti, la scena in cucina, la crostata e il marzo cupo fuori. Caterina uscì con una sola valigia, Nina la vide da dietro la finestra: piccola, grigia, con le rotelle. Senza voltarsi, Caterina salì sul taxi.

Nina, guardando, pensò che ecco, quella era una persona che aveva perso. E fu come dopo una lunga febbre: ti senti leggera, finalmente.

Sergio, figlio di Nina Palmieri, aveva trentaquattro anni. Lavorava come ingegnere in una ditta di costruzioni, aveva uno stipendio dignitoso, e non parlava mai di soldi. Nina era fiera di lui, con quellorgoglio sottile fatto di amore, possesso e qualcosa che non sapeva nominare. Lo aveva cresciuto da sola, dopo che il marito laveva lasciata quando Sergio aveva otto anni. Da allora erano sempre stati solo loro due, e per lei era lordine naturale delle cose.

Quando Sergio aveva diciannove anni, lei aveva notato che era capace di stare solo. Non nel senso buono: non sapeva lottare, difendere se stesso, arrabbiarsi a voce alta. Solo acconsentire, o chiudersi nel silenzio. Nina decise che si chiamava educazione, e si rassicurò.

Dopo il divorzio stette solo un mese, poi chiamò la madre: aveva conosciuto Elena.

Dove lhai conosciuta?

Alla festa aziendale.

E comè questa Elena?

Una brava ragazza. Vieni a conoscerla?

Nina accettò. Lincontro fu in un bar, non in casa. Già da qui, un segnale, che notò ma non capì. Elena aveva sette anni meno di Sergio, quindi ventisette. Lavorava in unagenzia pubblicitaria, si vestiva in modo deciso, sapeva cosa voleva dal menù, dal cameriere e, pareva, dalla vita.

Signora Nina, disse, porgendole la mano da sopra il tavolo, sicura come se avesse organizzato lei lincontro. Ho sentito tanto parlare di lei.

Da Sergio?

Da Sergio.

Spero bene, fece lei, con un sorriso impostato.

Di tutto, rispose Elena e aprì il menù.

Nina sentì una puntura sotto le costole, ma la attribuì alla corrente daria. Vicino alla porta davvero entrava aria fredda.

Elena era bella. Non come Caterina, con quella grazia timida. Lei era bella in modo sfacciato, di quelle che lo sanno. Capelli scuri, occhi neri, rossetto senza sbavature. Sapeva stare in silenzio anche lei, ma il suo era il silenzio di chi valuta.

Dopo quattro mesi si sposarono. Nina lo seppe al telefono, di mercoledì sera dopo il TG.

Abbiamo fatto le carte, disse Sergio. Oggi.

Oggi?

Sì. Mamma, non startene male. Non volevamo confusione.

Non sono offesa, disse lei. Auguri.

Chiuse la chiamata e rimase dieci minuti in silenzio. Poi si alzò, annaffiò le piante e andò a letto. Al mattino tutto pareva normale.

Elena si trasferì in casa la settimana dopo. Aveva molte cose, anche se lei era minuta, ordinatissima. Le scatole riempivano il corridoio. Nina andò il giorno successivo e notò, subito, che le tende di Caterina erano già state sostituite. Ora pesanti, verdi scuro, tipo studio.

Elena, e le vecchie?

Nella spazzatura, disse dalla cucina.

Ma erano quasi nuove.

Signora Nina, non erano il mio stile.

Risposta secca, fine del discorso. Nina se ne rese conto e rimase zitta. La prima vera volta, senza nemmeno la voce interiore del “dico la mia dopo”.

I primi mesi andò spesso a casa loro. Elena non la cacciava mai, ma sapeva creare quellatmosfera in cui viene voglia di andarsene da sé. Non usciva dalla stanza quando arrivava la suocera, non metteva acqua per il tè, non chiudeva il portatile. Rispondeva con poche parole, senza curiosità, e Nina iniziava a sentirsi unospite indesiderata nella casa che aveva regalato a suo figlio.

Era una sensazione nuova. Sgradevole.

Sergio diventava ancora più silenzioso in presenza della madre. Serviva il tè, offriva biscotti, annuiva mentre lei raccontava qualcosa, lanciava sguardi alla moglie di unattenzione particolare che Nina riconosceva ma non sapeva nominare. La parola giusta era “paura”, ma Nina non la pronunziava.

In ottobre Elena cambiò le serrature. Così, senza motivo. Sergio la chiamò:

Mamma, abbiamo cambiato le chiavi. Se vuoi venire, avverti che ti apro.

Perché?

Beh, Elena dice che è più sicuro così.

Più sicuro da chi?

Pausa. Lunga. Nella quale Nina capì più di quanto avrebbe detto una risposta.

Mamma, è così che si fa, disse infine.

Aveva tenuto la chiave di quella casa per ventanni. Prima da padrona, poi da madre che può arrivare quando vuole. La chiave stava tra quella di casa e quella della cassetta della posta. La tolse quella sera e la mise nel cassetto del comò. Ci sta ancora.

Il cenone di Capodanno si faceva a casa di Nina, da sempre. Venti anni. Preparava insalate, cucinava pesce, metteva lalbero dove lo aveva sempre messo anche sua madre. Era una tradizione.

A novembre Elena comunicò a Sergio, e Sergio a Nina:

Questo Capodanno lo festeggiamo dai genitori di Elena. A Milano.

A Milano?

Sì, cè tutta la famiglia.

E io?

Mamma, capisci. Non si può essere ovunque.

Nina accolse lanno nuovo da sola. Mise la tavola per uno, aprì una bottiglia di spumante alle undici e mezza, guardò il discorso del presidente in tv, bevve un sorso e lavò i piatti. Poi andò a dormire prima delluna, tanto non cera altro da fare.

Al mattino chiamò il figlio per gli auguri. Lui rispose al terzo squillo, voce assonnata e felice.

Buon anno, mamma.

Buon anno, Sergio. Come va lì?

Tutto bene. È stato divertente. Mamma, ti richiamo, va bene? Elena dorme ancora.

Sì, sì, certo.

Certo, disse con lo stesso tono con cui si dice mai. Ma ormai lui aveva chiuso.

A febbraio Elena venne a casa di Nina di sua iniziativa. Prima volta. Arrivò senza avvisare, allora di pranzo, elegante, sui tacchi. Nina aprì la porta senza sapere che dire.

Vieni, disse infine. Un tè?

Volentieri.

Si sedettero in cucina. Elena guardava lambiente senza imbarazzo, come valutando una stanza da ristrutturare. Nina preparò il tè, tagliò il limone.

Signora Nina, vorrei parlare chiaramente.

Dimmi.

Sergio le telefona ogni giorno.

È mio figlio.

Capisco. Ma è troppo. Ogni giorno, per unora. Influisce sulle nostre serate, sui nostri programmi. Credo che si potrebbe sentirsi meno.

Nina versò lacqua bollente nelle tazze. Le mani ferme. Ci teneva a questo.

Elena, disse piano. Sergio è adulto. Sceglie lui quando chiamare.

Certo. Ma un adulto vive prima di tutto con la sua famiglia.

Sono anche la sua famiglia.

Lei è la madre. È diverso.

Si guardarono attraverso il tavolo. Il tè si raffreddava. Nina pensò che se fosse stata Caterina, avrebbe abbassato lo sguardo da tempo. Elena no.

Ho capito, disse Nina.

Bene, Elena finì il tè come si commenta il meteo.

Dopo la sua uscita, Nina rimase a lungo alla finestra. Fuori cera il disgelo, il cumulo di neve davanti al portone si scioglieva e nellacqua sporca si rifletteva il cielo grigio. Pensava a Caterina. Come lei non era mai venuta così, a chiedere. A volte sbagliava, certo, ma mai così diretta, mai così fredda.

Nina scacciò il pensiero e lo chiuse dietro una porta mentale molto pesante.

Le telefonate di Sergio si fecero più rare. Prima ogni due giorni, poi ogni tre. Nina se ne accorse ma non disse nulla. Anche lei chiamava di meno, perché sentiva che aveva sempre fretta. Mamma, abbiamo ospiti o Mamma, stiamo uscendo, e in sottofondo la voce netta di Elena, come quella di una speaker.

Elena lavorava nella pubblicità, guadagnava bene. Sergio glielo accennava con una sfumatura nella voce che aveva il sapore della dipendenza. Elena comprava elettrodomestici, vestiti, viaggiava per lavoro. Era una donna dazione, il suo agire stringeva sempre più Sergio in una rete che lasciava poco spazio ad altro.

In primavera Nina andò a trovare il figlio senza avvertire. Sergio aprì la porta e sul suo viso lei capì tutto prima che parlasse.

Mamma, lo sai che è meglio chiamare.

Passavo di qui. Sono entrata.

Passavi?

Sergio, abito a dieci minuti.

Elena sta lavorando ora. A casa. Non possiamo disturbarla.

Non sono qui per Elena. Sono venuta per te.

Lui la fece entrare. Si sedettero in cucina. Elena non uscì dalla stanza nemmeno una volta. Dopo mezzora Nina si congedò. Sul pianerottolo, davanti allascensore, capì che era lultima volta che sarebbe andata senza preavviso. Non perché lui glielo aveva chiesto. Perché non voleva vedere più il suo volto mentre apriva la porta.

Lestate passò tranquilla. Nina si dedicava allorto in campagna, coltivava pomodori e cetrioli, accompagnava i nipotini della vicina al mare. Non aveva suoi nipoti. Elena diceva: È presto, prima la carriera, ci sarà tempo. Nina non discuteva. Aveva imparato a non combattere quello che non poteva cambiare.

A settembre accadde quello che avrebbe poi chiamato a lungo casuale, anche se a Piacenza il caso non esiste.

Usciva dal supermercato in via Roma, con le borse pesanti, e la vide. Caterina.

Caterina era davanti a un piccolo ufficio, parlava al cellulare. Indossava un cappotto blu scuro mai visto prima, i capelli corti, più la treccia. Rideva di gusto non il riso timido che Nina ricordava, ma vero, rilassato.

Nina si bloccò. Avrebbe dovuto proseguire, ma restò lì.

Caterina la notò. Finì la chiamata, si avvicinò.

Signora Nina.

Caterina, rispose, e si sorprese della familiarità. Non Caterina, ma Cate, come non le era mai uscito prima.

Sta proprio bene, disse Caterina. Era strano: così si parla quando una persona non appare al meglio ma si vuole essere cortesi. Nina lo sapeva bene, lo diceva spesso.

Anche tu, ammise Nina, e questa volta era sincerità.

Caterina era diversa. Non solo bene. Diversa. Era cambiato il modo in cui stava dritta, come guardava. Sparita la vecchia esitazione.

Lavori qui? chiese Nina, annuendo verso lufficio.

Lo gestisco, rispose Caterina. Ho aperto una mia attività sei mesi fa. Progettazione di interni.

Una tua attività?

Sì.

E i soldi dove li hai trovati? Un attimo dopo si pentì della domanda. Ma ormai…

Caterina non se la prese. O nascose bene il fastidio. Nina non lo seppe mai.

Ho fatto due lavori per tre anni. Di giorno in uno studio, la sera commissioni private. Ho messo da parte. Lanno scorso ho comprato casa. Piccola, ma mia.

Nina sentì le borse ancora più pesanti.

Hai comprato casa?

Un bilocale, alla periferia. Mi basta.

Vivi da sola?

Sì. Sto bene così.

Restarono un secondo in silenzio. Una macchina passò, bambini ridevano da un vicolo.

Caterina, disse Nina. Non sapeva cosaltro aggiungere. Non si era preparata a questo incontro. Era accaduto, e basta.

Signora Nina, la interruppe Caterina piano, devo andare. Tra dieci minuti ho un appuntamento.

Certo.

Arrivederci, le auguro il meglio.

Anche a te.

Caterina si incamminò verso lufficio. Alla porta si voltò un solo istante, Nina colse lespressione: non era odio, non era amarezza. Solo calma. Di chi ha deciso da tempo e non vuole più decidere.

Tornata a casa, Nina posò i sacchetti sul tavolo in cucina, sistemò la spesa, si lavò le mani, preparò la minestra, mangiò, lavò la scodella, si sedette alla finestra.

Aveva comprato casa. Bilocale in periferia. Unattività tutta sua. Due anni di fatica. Piano piano.

Nina pensava: ho vinto. Lappartamento è rimasto. Il figlio pure. Caterina è uscita senza niente.

Solo che il figlio ora chiamava una volta a settimana. A volte ogni dieci giorni. E il Capodanno ancora dai genitori di Elena a Milano, perché così aveva già deciso lei.

Caterina aveva comprato casa nuova.

Nina andò in camera, si sdraiò sul divano, chiuse gli occhi. Non dormiva, ma stava lì. Fuori si faceva buio, ma non accendeva la luce.

Ad ottobre Elena comunicò a Sergio che voleva trasferirsi a Milano. Piacenza mi va stretta, lazienda offre un posto importante in sede, unopportunità che non posso perdere.

Sergio chiamò la madre la domenica, dopo pranzo.

Mamma, dobbiamo parlare.

Dimmi.

Forse con Elena ci trasferiremo.

Dove?

A Milano. È per il suo lavoro.

Nina rimase in silenzio. A lungo, per i suoi standard.

Quando?

Non è ancora deciso. Stiamo valutando. Volevo dirtelo prima.

Grazie di aver avvisato.

Mamma, non essere così.

Così come?

Fredda.

Sergio, non sono fredda. Sto ascoltando.

Altra pausa.

Magari potremmo affittare lappartamento mentre siamo via. Un po di soldi entrerebbero. Tu potresti dare unocchiata agli affittuari.

Nina capì cosa significava dare unocchiata: frequentare la casa dove non aveva più neanche la chiave. Sorvegliare sconosciuti che avrebbero vissuto nel posto che era stato il suo.

Ci penso, disse.

Va bene. Mamma, non ti preoccupare. Milano è vicina, col Frecciarossa unora. Torneremo.

Certo.

Certo ancora con lo stesso tono. E anche stavolta il figlio non capì.

A novembre venne freddo prima del solito. Nina indossava il cappotto già dal primo giorno. Andò al mercato a comprare conserve, incontrò la collega Galina, del vecchio ufficio. Presero un tè al bar vicino alla pescheria, restarono lì unora.

Galina parlò di nipoti, della casa in campagna, del marito che i medici volevano mandare alle terme. Poi chiese:

E tu? E Sergio? La nuova moglie si è ambientata?

Sì, disse Nina. Ora pensano di trasferirsi a Milano.

Oh. Ti portano con loro?

No.

Galina scosse la testa. Era una di quelle che con il silenzio dice tutto.

Non ti è dispiaciuto?

Per cosa?

Caterina. Era una ragazza tranquilla.

Sì, tranquilla. Ma voleva solo lappartamento.

Sei ancora sicura?

Nina posò la tazza.

Lho rivista la settimana scorsa.

E allora?

Ha comprato casa. Ha aperto unattività. Va tutto bene per lei.

Galina la fissò a lungo, senza giudizio.

Quindi non veniva per la casa, disse piano.

Galina, basta.

Sto solo dicendo.

Non sai niente. Non lhai vista tu, come si muoveva, come guardava.

Può darsi. Però tu sei qui sola, a novembre, che vai al mercato per le conserve. E Sergio va a Milano.

Nina tornò a casa a piedi invece di prendere lautobus. Aveva bisogno di camminare. La strada le dava lillusione che avesse una meta.

A dicembre arrivò la neve. Nina addobbò lalbero da sola. Prese le scatole degli addobbi dalla soffitta, misurò la ghirlanda. Era, come ogni anno, un bellalbero.

Sergio chiamò il ventitré: sarebbero passati il trentuno, di mattina presto poi però sarebbero andati dai genitori di Elena.

Capito, disse Nina.

Mamma, dai.

Sergio, sono felice che veniate. Faccio la crostata.

Arrivarono alle undici in punto. Elena era elegante, con una borsa grande piena di champagne e cioccolatini che mise sul tavolo senza enfasi. Sergio abbracciò la madre. Bevvero tè. Elena era quasi sempre al telefono, ma per lavoro, non per maleducazione.

Elena, vuoi crostata?

No, grazie. I lievitati non li mangio.

Sergio?

Sì, mamma.

Ne prese due fette. Nina lo guardava mentre mangiava e pensava che quello forse era uno degli ultimi pomeriggi così, in quella cucina. Perché Milano, perché Elena, perché la vita prende direzioni dove tu pensavi di avere controllo.

A mezzogiorno e mezzo andarono via. Elena si fermò sulla porta, guardò Nina a lungo. Nina non capì cosa ci fosse in quello sguardo. Forse niente. Forse tutto.

Signora Nina, disse, è una brava padrona di casa. Crostata buona.

Grazie.

Elena fece un cenno, uscì. Sergio baciò la mamma sulla guancia.

Ciao, mamma.

Ciao, caro.

Porta chiusa. Nina sparecchiò. Involse la crostata rimasta nella pellicola. Lavò le tazze. Accese la tv, non la guardò.

Aspettò il nuovo anno da sola. Seconda volta di fila. Aprì la bottiglia di spumante a mezzanotte, brindò col televisore, guardò lalbero. Le sue luci brillavano senza ragione.

A gennaio Sergio comunicò che partivano a marzo. Lappartamento niente affitto, lo lasciavano chiuso. Ogni tanto sarebbero tornati. Nina annuì al telefono come se lui potesse vedere.

Febbraio passò confuso. Nina continuava coi suoi ritmi: spesa, cucina, tv, a volte una visita di Galina. Una volta autorizzò un piccolo taglio ai capelli dal parrucchiere, pur conservando lo chignon. Una volta andò ad aiutare la vicina in campagna.

A inizio marzo, con la neve quasi sciolta, Nina chiamò Caterina.

Il numero lo ricordava ancora bene. Memoria da contabile.

Squilli lunghi. Era per lasciar perdere, quando:

Pronto.

Caterina. Sono Nina Palmieri.

Pausa. Senza ostilità, solo pausa.

Buonasera, signora Nina.

Buonasera. Volevo chiederti ti andrebbe di incontrarci?

Altra pausa. Nina stava alla finestra, osservando il marzo che si scioglieva.

Perché? domandò Caterina. Non sgarbata, solo diretta. Sempre lo era stata.

Vorrei parlare. Dirti qualcosa di persona.

Pausa lunga. Nina pensava: ora dice no. E avrebbe ragione.

Va bene, rispose infine Caterina. Sabato posso. Al bar allangolo, quello in via Roma.

Va bene.

A mezzogiorno.

Sì, alle dodici. Grazie, Caterina.

Di nulla.

Il sabato Nina arrivò con un quarto dora danticipo. Scelse il tavolo vicino alla vetrata, ordinò il tè, fissava la strada. Il disgelo era ormai realtà, la gente camminava senza berretto e sembrava che il tempo scorresse più veloce in primavera.

Caterina arrivò puntuale. Il solito capotto blu. Capelli corti, un po mossi dalla pioggia. La vide, fece cenno, si sedette. Togliendo il capotto lo appese dietro.

Buongiorno.

Buongiorno, Caterina. Grazie di essere venuta.

Cosa voleva dirmi?

Nina prese la tazza, la posò, la riprese.

Volevo dirti che avevo torto, disse. Su molte cose. Non su tutto, ma su molte.

Caterina la fissava quieta.

Ho pensato male di te. In partenza. Già prima che facessi o non facessi. Non era giusto.

Caterina taceva.

Ho creduto che stessi puntando allappartamento. Che non volessi bene a Sergio, ma lo usassi. Che era tutto calcolo.

Lo pensa ancora?

No, rispose Nina, piano. No. Ti ho vista a settembre. In via Roma. Stavi al telefono, sorridevi. Ti ho vista e ho capito che eri Solo una persona che voleva una famiglia, una casa. Come tutti.

Caterina distolse lo sguardo. Un piccione si bagnava in una pozzanghera.

Signora Nina, sussurrò. È bello che lei me lo dica. Ma non so cosa farne.

Non devi fare niente.

Allora perché?

Perché dovevo dirtelo. Per me, forse, più che per te.

Caterina la osservava. Non con pietà, non con rivincita. Qualcosa daltro, che Nina non sapeva nominare.

E Sergio come va? chiese Caterina.

Si trasferiscono a Milano. Lei lavora lì.

Capito.

È diversa, disse Nina. Non come te. Diversa.

Meglio o peggio?

Nina posò la tazza.

Non lo so, disse con sincerità. Ed era forse la risposta più sincera data in anni.

Caterina sorrise appena, accennando, senza derisione.

Ha bisogno di qualcosa da me? Devo aiutarla in qualche modo?

No. Niente. Volevo solo questo.

Bene, disse Caterina, allora vado. Ho un cliente alle due.

Certo, vai.

Caterina si alzò, indossò il cappotto, prese il portafoglio.

Pago io, disse Nina.

Non è necessario.

Per favore.

Caterina la fissò un istante, poi rimise via il portafoglio.

Daccordo.

Mise il cappotto, raccolse la borsa. Si fermò un attimo.

Signora Nina, disse, non fa più male. Da tempo. Volevo che sapesse solo questo.

Ne sono felice.

Non per lei. Per me stessa. Non porto rancore, non perché avesse ragione ma perché sto meglio così. Per me.

Nina annuì. Non trovava le parole. Per la prima volta.

Arrivederci, disse Caterina.

Anche a te.

Caterina uscì. Dal vetro Nina la vide camminare dritta, senza fretta, col cappotto blu. Allangolo si fermò, prese il telefono, scrisse qualcosa, lo ripose, continuò e sparì dietro il palazzo.

Nina pagò, si vestì, uscì. Nellaria cera odore di marzo e neve sciolta, un odore che conosceva fin da bambina e che aveva sempre amato. Marzo profuma di possibilità, pensava allora.

Camminava per via Roma, ripensando a quel giorno, tre anni prima, in cui Caterina usciva con la sua valigia grigia. Era rimasta alla finestra, osservando la sua andatura dritta. Aveva pensato: ha la dignità di chi ha perso.

Ora, invece, capiva che Caterina forse già sapeva qualcosa che lei non sapeva. Forse camminava riflettendo non su cosa perdeva, ma su dove stava andando.

Nina tornò a casa, salì al terzo piano, aprì la porta con le sue chiavi. Entrò nella solita solitudine che la accoglieva ogni sera, ogni venerdì, ogni Capodanno. Una solitudine familiare, la sua. Si tolse il cappotto, andò in cucina, mise a bollire il tè.

Fuori, il cumulo di neve che era lì da novembre si scioglieva e lasciava spuntare la vecchia scopa che qualcuno aveva dimenticato in autunno. Nina guardava la scopa e pensava, ma senza parole.

Quando il tè fu pronto, prese la tazza tra le mani. Il calore passava attraverso la porcellana fino alle dita.

Ecco qui la vittoria. Lappartamento cè. Il figlio a Milano. La nuora ha portato via la chiave e le tradizioni nei bagagli. La prima nuora è andata via senza nulla, ma oggi ha un bilocale tutto suo, una piccola impresa, e ride al telefono per strada.

Nina non era ingenua. Era razionale, vigile. Quarantanni coi numeri le avevano insegnato a vedere il saldo.

Ed eccolo il saldo: seduta in cucina, con una tazza di tè. Da sola.

Non perché non avesse nessuno. Cera Galina, cera la vicina, cera il figlio, lontano ma cera. Ma era sola perché la casa era diventata silenziosa, e quel silenzio una normalità ormai, che Nina non ricordava più quandera stata interrotta, lultima volta.

Caterina entrava tanto per. Portava i panini della panetteria vicino al mercato, chiusa ormai da due anni. Nessuno glielaveva mai chiesto. Li posava sul tavolo: Signora Nina, questi sono con i cavoli, so che piacciono. Nina mangiava e pensava ai calcoli.

Finì il tè, lavò la tazza, asciugò le mani con lasciughino ricamato coi galletti, preso alla fiera tanti anni fa.

Poi prese il telefono e chiamò Sergio. Non perché dovesse dirgli qualcosa. Solo così.

Mamma? Va tutto bene?

Tutto bene, Sergio. E voi?

Bene. Stiamo preparando i bagagli. E tu?

Bene, disse, volevo solo sentire la tua voce.

Allora va bene. Mamma, stiamo sistemando, posso richiamarti più tardi?

Sì, certo. Fate pure.

Sicura che va tutto bene?

Sicuro, Sergio.

Allora a presto. Ciao.

Ciao.

Fine della chiamata. Marzo oltre la finestra. La scopa nel cumulo. Silenzio.

Nina andò in salotto, si accomodò sul divano. Prese dallarmadio il vecchio album di foto. Lo aprì a caso.

Sergio a otto anni, in campagna, tiene in mano un amo e guarda nellobiettivo con unaria serissima, come fosse un affare importante. Accanto lei, giovane, che rideva. Allora sapeva ridere davvero. Poi aveva dimenticato come, e non sapeva nemmeno quando fosse successo.

Sfogliò avanti. Sergio adulto, ventotto anni. Accanto a Caterina. Guardano entrambi di lato, non in camera. Caterina gli tiene la mano. Nina ricordava di aver fatto lei la foto. E aveva pensato: lo tiene stretto, per non lasciarselo scappare.

Ora guardava la foto e vedeva altro: due persone che stanno insieme, tenendosi per mano. Non forte, solo per mano.

Richiuse lalbum. Lo ripose.

Un po buio in stanza, il sole era calato dietro i palazzi, e non accendeva la luce. Rimase nella penombra ad ascoltare il silenzio.

Caterina aveva detto: non fa più male. Da tempo. Non porto rancore, non perché aveste ragione, ma perché sto meglio. Per me.

In fondo è questa la differenza. Caterina faceva le cose per se stessa. Nina aveva sempre vissuto per il figlio. E così, lui viveva a Milano, mentre lei stava in casa, col suo album.

Nina non pianse. Non era tipo da farlo sola. Piangeva raramente. Lultima volta, quando il marito era andato via. Tre giorni, poi prese lottoenne Sergio e lo portò al cinema. E non pianse più, per quella storia.

Andò in cucina, prese la crostata rimasta dal frigorifero. Ne tagliò una fetta.

Fuori ormai notte piena. Il lampione aranciato rendeva quasi accogliente la via di marzo.

Nina mangiava crostata guardando fuori. Sabato chiamo Galina, pensava. Forse andrebbero insieme al bar o al parco, se cè bel tempo. Basta poco, anche solo sedersi a chiacchierare.

Pensò poi che in primavera avrebbe potuto sistemare lorto in campagna. Piccolo, solo duecentocinquantadue metri, ma aveva buoni raccolti. I pomodori erano così belli che i vicini chiedevano le piantine.

Poi non pensò più a niente. Solo mangiava la crostata, guardando la luce arancione del lampione.

Il telefono rimase zitto tutta la sera. Il figlio non richiamò. Dimenticato? Ci sta: trasloco, scatoloni. Nina guardò il telefono e non lo prese in mano. Non per orgoglio. Solo così.

Dallaltra parte del muro la gatta della vicina strillò qualcosa, poi silenzio. Nei tubi un colpo. Vita qualunque.

Decise che il giorno dopo sarebbe andata al mercato, a vedere se trovava qualcosa per la primavera: magari le piantine. O forse era presto.

Lavò il piatto, spense la luce, tornò in stanza.

Prima di dormire leggeva sempre un po. Ora aveva un giallo a metà, il segnalibro a metà romanzo. Trovò il suo punto, fece per leggere ma rilesse tre volte la stessa pagina senza ricordare nulla.

Chiuse il libro, lo posò sul comodino. Spense la luce. Restò al buio.

Caterina camminava sul marciapiede col cappotto blu, dritta, senza fretta.

Tre anni fa usciva con la valigia grigia. Sempre dritta, mai di corsa. Allora Nina dalla finestra pensava: ha la dignità di chi perde.

Ora, sdraiata nel buio, pensava altro. Forse Caterina sapeva già qualcosa che lei non aveva capito. Magari camminava pensando non al passato, ma a dove andava.

Nina, invece, aveva lo sguardo rivolto sempre indietro: cosa aveva conquistato, cosa era riuscita a salvare. Il saldo, la linea finale.

Oggi il saldo era: casa cè. Figlio cè. La vita va avanti.

Solo che fa molto silenzio.

Nina si voltò sul fianco. Chiuse gli occhi.

Fuori, la notte di marzo scendeva silenziosa. Col disgelo, forse entro aprile sarebbe sparita anche lultima neve. La primavera arriva sempre, che tu lo voglia o no.

Pensò che le sarebbe piaciuto camminare di nuovo in via Roma e buttare uno sguardo a quellufficio. Non apposta, solo per passare. Chissà se funziona ancora. Sicuramente sì. Caterina non era tipo da lasciare le cose a metà.

Questa dote laveva sempre avuta. Lavorare, portare a termine, non mollare.

Nina non se nera accorta allora. O forse, laveva chiamata con un altro nome.

Restò sveglia a lungo, ascoltando il silenzio della sua casa, la casa che era stata solo sua, per trentasette anni. Il silenzio era familiare.

Dallaltra parte la gatta della vicina disse qualcosa ancora, poi silenzio.

Nina pensava, e poi non pensava più, lasciando scorrere i pensieri lenti come il tram che arriva piano alla fermata. In questa lentezza cera, finalmente, una sorta di pace. Non buona né cattiva. Semplicemente pace, di quando è tutto già successo, e non resta che continuare a vivere con ciò che si ha.

E vivere andando avanti, quello sì, Nina lo aveva sempre saputo fare.

Il mattino dopo si sarebbe alzata alle sette, come sempre. Messo a bollire il tè. Guardato fuori mentre marzo si scioglieva.

Da qualche parte in città, in un bilocale alla periferia, Caterina si sarebbe alzata anche lei. Forse prima, forse dopo. Avrebbe messo su il suo tè, guardato dalla sua finestra.

E tutte e due avrebbero visto lo stesso marzo. La stessa neve che si scioglie. Lo stesso cielo che si rischiara.

Solo da finestre diverse.

Nina alla fine chiuse davvero gli occhi.

Fuori, la notte di marzo era silenziosa, e le stelle brillavano sul domani che arriva, sempre.

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