Desidero genitori diversi

Francesca tornava da scuola con il cuore leggero. Quella mattina in classe avevano raccolto soldi per i fiori e un regalo alla professoressa. E Andrea aveva detto che alle donne piacciono le rose, guardandola in un modo che faceva capire che il discorso era rivolto proprio a lei.

Il suo sguardo le aveva fatto battere forte il cuore. Decise che era un anticipo del regalo per l’8 marzo. Le altre ragazze sarebbero morte d’invidia.

Era piaciuta a lui fin dal primo giorno, quando era entrato in classe l’anno prima. Suo padre, militare, era stato trasferito nella loro città. Andrea era sicuro di sé, spavaldo. Sembrava non importargli nulla del giudizio degli altri, e proprio questo attirava Francesca. Lei, invece, si preoccupava sempre di ciò che pensava la gente, aveva paura di fare brutte figure o di sembrare ridicola.

I ragazzi della classe lo rispettavano subito, lo avevano accettato come uno di loro. Non era un leader, ma persino i professori ascoltavano le sue opinioni.

Era fine febbraio, ma l’aria già sapeva di primavera: gli uccelli mattinieri cantavano, il sole splendeva più spesso, i ghiaccioli sui tetti si scioglievano con un allegro ticchettio. Il cuore di Francesca si stringeva per l’attesa di qualcosa di misterioso e speciale.

Appena varcò la porta di casa, però, sentì le urla. I genitori stavano litigando. Di nuovo. Ne aveva abbastanza. L’umore le crollò. Un tempo era tutto diverso—andavano al mare insieme, festeggiavano il Capodanno con petardi e risate. E se si fossero lasciati? Tutto sarebbe finito?

L’amica Ginevra aveva tentato il suicidio quando suo padre se n’era andato. Piangeva in classe per giorni. Poi c’era Ludovica, che invece diceva che era comodo avere i genitori a case diverse: così riceveva due regali e doppi soldi. Ma la felicità era davvero in quello?

Le urla cessarono all’improvviso. Francesca, in punta di piedi, si avvicinò alla porta socchiusa della cucina e sbirciò. Suo padre era in piedi davanti alla finestra, di spalle. La madre seduta al tavolo, il volto nascosto tra le mani, le spalle che tremavano. Stava piangendo.

“Calmati, presto torna Francesca da scuola,” disse il padre senza voltarsi. “Come posso farti credere che è finita?” Si girò e la vide sulla porta.

“Da quanto tempo origli?” chiese con cattiveria.

“Bastante per capire tutto,” rispose lei secca.

“Capire cosa?” La madre si scoprì il viso. Il naso gonfio, gli occhi rossi, il mascara colato sulle guance. “Come fa a non rendersi conto che così lo allontana ancora di più?” pensò Francesca irritata.

“Volete divorziare,” esplose.

Il padre corrugò la fronte ma non rispose.

“E di me avete pensato? Avete già deciso con chi starò? Siamo in tre, no? Il mio parere non vi interessa? Non voglio stare con uno dei due, voglio stare con voi insieme!” Anche lei adesso urlava. “Se vi siete stancati l’uno dell’altra, allora voglio anch’io altri genitori! Vi odio… entrambi!” La voce le tremava, le lacrime a un passo.

Si voltò, corse in ingresso, infilò la giacca e sbatté la porta alle spalle.

“Francesca!” La voce della madre si spense dietro di lei.

Non chiamò l’ascensore, scese le scale di corsa. Fuori infilò i guanti mentre pensava a quale amica andare. Ma non aveva voglia di parlare con nessuno. Chi l’avrebbe capita, se nemmeno i suoi genitori ci riuscivano?

Camminò senza meta. Di giorno i ghiaccioli si scioglievano al sole, ma ora che era sera faceva sempre più freddo. Dopo un po’, entrò in un bar per scaldarsi. Alla vista dei cornetto e dei panini, le venne l’acquolina in bocca.

Trovò qualche moneta in tasca e comprò una brioche. Appena uscita, iniziò a mangiarla tutta in fretta. Stava inghiottendo l’ultimo boccone quando qualcuno la chiamò.

Si voltò e vide Luca, un ragazzo dell’altra sezione.

“Ciao,” disse lui. “Giri da sola?”

Francesca non poteva rispondere con la bocca piena. La brioche era secca, difficile da mandar giù.

Luca tirò fuori dallo zaino una bottiglietta d’acqua e gliela porse.

“Bevi, se non ti schifi, sennò ti strozzi.”

Francesca lo guardò riconoscente e prese la bottiglia. Finalmente ingoiò.

“Grazie,” disse, restituendogliela. Stava per allontanarsi quando lui parlò di nuovo.

“Mi sembra che casa tua sia dalla parte opposta.”

“Non sono affari tuoi,” ribatté.

“È buio, non è sicuro girar sola di notte. E i negozi chiudono. Dai, ti accompagno io.”

Francesca esitò, poi accettò. Camminarono fianco a fianco verso casa, parlando delle prossime gare di Luca, degli allenamenti, dei professori. All’angolo della strada, lei si fermò.

“Abiti qui? Non vuoi andare a casa? I tuoi ti stressano? Capisco,” disse lui con una smorfia.

“Stanno divorziando,” sussurrò.

“Ah. Quando mio padre se ne andò, ci rimasi male. Litigavano così tanto che scappai di casa. Speravo che, mentre mi cercavano, si riappacificassero. A volte il dolore unisce.”

“E poi?” chiese Francesca, incuriosita.

“Finché mi cercarono, fecero pace. Ma mio padre se ne andò lo stesso. Passai due notti in un seminterrato finché la polizia non mi trovò. Quell’odore di muffa mi perseguitò per mesi.”

“E tuo padre?”

“Be’, ha una nuova moglie. Bella, ma una vera strega. Mia madre è meglio.”

“Lei… ha un altro uomo?”

“Eh?”

“Un fidanzato, no?”

“No. Ha me. Anche se non mi dispiacerebbe se si rifacesse una vita. Però amava ancora mio padre.”

“Ne parli con tanta tranquillità,” osservò lei.

“A che serve preoccuparsi? Non cambia niente. Almeno a casa è silenzioso. Prima arrivavano alle mani. C’è sempre un lato positivo. Se lui fosse rimasto, avrebbe continuato a tradirla. Meglio soffrire una volta sola. Dai, vieni a casa mia. Ti faccio una tisana.”

“Tua madre?” chiese Francesca, sorpresa.

“Di sera è incollata alla TV. Andiamo di soppiatto in camera mia. Allora, vieni? O vuoi continuare a bighellonare al freddo?”

Francesca guardò la strada ormai deserta.

“D’accordo,” sospirò.

La casa di Luca era vicino alla scuola, per questo non si erano mai incrociati prima.

“Lo vedi ancora? Tuo padre,” chiese lei.

“Ogni tanto. Sembra felice. Lui ha la sua vita, io e mamma la nostra.”

Arrivarono in silenzio. Entrarono in punta di piedi nella sua stanza. Francesca non vide luce sotto la porta della madre, né sentì la TV.

La camera era stretta, con poster di moto e attori muscolosi alle pareti.

“Roba di quando ero piccolo. Non ho mai avuto voglia di toglierli,” spiegò. “Sistemati pure, io vado a prendere qualcosa da mangiare.”

Lei si avvicinò alla libreria. Tra i libri di scuola, notò *I Promessi Sposi* e *Il Conte di Montecristo*. Ma la sorpresa fu una raccolta di poesie di LeFrancesca chiuse gli occhi e sorrise, stringendo il cuore di metallo al collo, mentre i suoi genitori in cucina ridevano insieme per la prima volta da mesi, e capì che forse, nonostante tutto, le cose sarebbero andate meglio.

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